This is the cauldron of my lucubrations...
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Sakkaku nasce nell' emisfero australe in un giorno dispari (e primo),in un mese dispari (e primo), in un anno palindromo (dispari e primo, logicamente). Animo precocemente precoce, ha sempre avuto un'attrazione per tutto ciò che concerne la sfera dell'irrazionale, dell'ignoto; in particolare attorno ai 13 anni i suoi interessi iniziarono a definirsi ulteriormente come reazione di fronte all'ipocrisia e alla volgarità del mondo:e allora eccola abbracciare il Decadentismo, una volta letti il Ritratto di Dorian Gray di Wilde e i Fiori del male di Baudelaire.Contemporaneamente si addentrava più approfonditamente nel campo della psicanalisi, si cimentava nello studio dell'antropologia (con riguardo specifico per la stregoneria nell'Europa occidentale), conosceva e si appassionava al gothic metal,e,sostanzialmente,coltivava il lato "oscuro" del suo animo. A partire da quel momento i suoi gusti divennero sempre più selettivi, pur rimanendo pressochè gli stessi,così come le sue numerose velleità(...)



When my time comes
Forget the wrong that I've done
Help me leave behind some
Reasons to be missed
And don't resent me
And when you're feeling empty
Keep me in your memory
Leave out all the rest
Leave out all the rest
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domenica, 25 ottobre 2009
"Che cos'è la vita per me?"
sakkaku forgets the wrong at 21:24 «
<<(...)-Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola morte, a cui è commesso il sacro cangiamento delle cose, promette pace.>>

Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Rimino 5 marzo, ore undici della sera.
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sabato, 30 maggio 2009
Alcune verità sul sabbath delle streghe...
sakkaku forgets the wrong at 13:05 «

11. LA COMUNIONE DI RIVOLTA. I SABBA. LA MESSA NERA


Martin van Maele, Illustration de La sorcière, de Jules Michelet.

E' necessario dire i sabba. Questa parola ha significato certamente cose molto diverse, nel tempo. Purtroppo le uniche descrizioni particolareggiate che ne abbiamo cominciano molto tardi (dall'epoca di Enrico IV) (1). Allora il sabba non era quasi più che una grande farsa lussuriosa, con la scusa della stregoneria. Ma anche in queste descrizioni di questa cosa tanto bastarda, certi aspetti molto antichi testimoniano del susseguirsi delle epoche, delle svariate forme che aveva attraversato.

Possiamo partire da questa idea molto sicura: che, per molti secoli, il servo condusse la vita del lupo e della volpe, fu un animale notturno, intendo dire che di giorno agiva il meno possibile, e non viveva realmente che di notte.
Ancora fino al mille, finché il popolo crea da sé santi e leggende, la vita del giorno lo interessa. I suoi sabba notturni non sono che un vago residuo pagano. Onora, teme la luna che influisce sui beni della terra. Le vecchie le sono devote e bruciano candeline a "Dianom" (Diana-Luna-Ecate). Il lupercale continua a perseguitare donne e bambini, sotto una maschera, d'accordo, il nero volto del fantasma Hallequin (Arlecchino). Si festeggia esattamente il "pervigilium Veneris" (il primo maggio). A San Giovanni si ammazza il capro di Priapo-Bacco Sabasio, per celebrare le sabasie. Nessuna presa in giro.E' un innocente carnevale servile.Ma, verso il mille, la chiesa gli è pressoché chiusa dalla differenza delle lingue. Nel 1100 le funzioni gli divengono incomprensibili. Dei Misteri messi in scena alle porte delle chiese capisce soprattutto il lato comico, il bue e l'asino, eccetera. Ne trae "Noëls", ma sempre più per ridere (vera e propria letteratura sabbatica).
Le grandi e tremende rivolte del Dodicesimo secolo non potevano non influire su questi misteri, questa vita notturna del "lupo", del "volatile", di questa "selvaggina" come la chiamano i crudeli baroni.E' facile immaginare che queste rivolte cominciassero spesso alle feste notturne. Le grandi comunioni di rivolta tra servi (si bevevano il sangue a vicenda, o per ostia mangiavano la terra) (2) poterono celebrarsi al sabba.
La Marsigliese dell'epoca, cantata di notte più che di giorno, è probabilmente un canto sabbatico:

"Come loro uomini siamo
 Grande eguale il cuore abbiamo
 Come loro soffrire possiamo
".

Ma la pietra sulla tomba ricade nel 1200. Il papa seduto sopra, il re seduto sopra, un peso bestiale, hanno murato l'uomo. Ha ancora una vita notturna? Anche di più. Le vecchie danze pagane diventarono sicuramente più furibonde. I nostri negri delle Antille, dopo una tremenda giornata di calura e di fatica, andavano pure a ballare a sei leghe di distanza. Anche il servo. Ma, al ballo, si mescolarono inevitabilmente baldorie di vendetta, satire in farsa, sberleffi e parodie del signore e del prete. Tutta una letteratura di notte, che non conobbe nulla di quella di giorno, quasi neanche dei "fabliaux" borghesi.

Ecco il senso dei sabba prima del 1300. Perché assumessero la forma clamorosa di guerra dichiarata al dio del tempo ci vuole molto di più, ancora due cose: toccare il fondo della disperazione, e non basta:perdere ogni sospetto.
Questo non accade prima del XIV secolo, sotto il papato di Avignone e durante il Grande Scisma, quando la Chiesa a due teste non pare più la Chiesa, quando la nobiltà al completo e il re (vergogna) prigionieri degli inglesi, torchiano il popolo per estorcergli il riscatto. I sabba prendono allora la forma grandiosa e terribile della "Messa nera", la funzione a rovescio, che sfida Gesù: incenerisca col fulmine, se ci riesce. Questo dramma diabolico sarebbe stato impossibile ancora nel Tredicesimo secolo, avrebbe fatto orrore. E più tardi, nel Quindicesimo, tutto ormai consunto, persino il dolore, un fiore così non sarebbe sbocciato. Sarebbe mancato il coraggio di questa creazione mostruosa Appartiene al secolo di Dante.
Accadde all'improvviso, credo; un'esplosione di furia geniale che portò l'empietà all'altezza delle collere popolari. Per capire cos'erano, queste collere, bisogna ricordare che il popolo, tirato su proprio dal clero nella fede e nell'attesa del miracolo (la fissità delle leggi di Dio non gli passava neppure per la testa), aveva atteso, sperato un miracolo per secoli, e non era mai venuto. Lo chiamava invano nel giorno disperato del supremo bisogno. Il cielo da allora gli sembrò l'alleato dei suoi feroci carnefici, ed anche lui feroce carnefice.Ecco la "Messa nera" e la "Jacquerie".
Sulla scena aperta della "Messa nera" poterono trovar posto in seguito mille varianti di dettaglio; ma è completa e, credo, d'un pezzo solo.Sono riuscito a ritrovare questo dramma nel 1857 (Histoire de France).L'ho rimesso insieme nei suoi quattro atti, senza molte difficoltà.Soltanto, allora, gli ho lasciato troppi fronzoli grotteschi, che al sabba diedero i tempi moderni, e non ho precisato a sufficienza la parte della vecchia scena, così fosca e tremenda.
E' molto datato da certi aspetti atroci di un'epoca maledetta, ma anche dal primo posto che occupa la donna, gran distintivo del XIV secolo.Secolo che ha una stranezza: la donna, quasi non affrancata per niente, regna lo stesso, e in mille modi violenti. Erede di feudi, porta regni ai re. In trono quaggiù, e più ancora in cielo. Maria ha soppiantato Gesù. San Francesco e san Domenico le hanno visto in seno i tre mondi. Affoga il peccato nell'immensità della Grazia; che dico?aiuta a peccare (vedere la leggenda della religiosa cui la Vergine tiene il posto nel coro mentre va a trovare l'amante).
O tanto in alto, o tanto in basso, la Donna. Beatrice sta in cielo, in mezzo alle stelle, mentre Giovanni di Meung, nel "Roman de la Rose", predica la comunità delle donne. Pura, laida, la Donna è dappertutto.Possiamo dire di lei quello che dice di Dio Raimondo Lullo: "Che parte del mondo è? Tutto".
Ma in cielo, ma in poesia, la donna celebrata non è la madre feconda, ingioiellata di figlioli. E' la Vergine, Beatrice sterile, e che muore giovane.Una bella signorina inglese passò, si dice, in Francia verso il 1300, per predicare la redenzione delle donne. Pensava di esserne il Messia.
La "Messa nera", all'inizio, sembrerebbe questa redenzione d'Eva, maledetta dal cristianesimo. La donna al sabba fece tutto. E' il clero, l'altare, è l'ostia, che comunica tutto il popolo. In fondo, non è Dio?
C'è molto di popolare in questo, ma non tutto è del popolo. Il contadino non apprezza che la forza; non bada granché alla donna. Lo vediamo fin troppo in tutte le nostre vecchie usanze (vedi le mie "Origines"). Non avrebbe lasciato alla donna quel primato. E' lei che se lo prende.Scommetterei che il sabba, nella forma d'allora, fu l'opera della donna, d'una donna disperata, proprio com'è la strega. Nel Quattordicesimo secolo si vede di fronte un orrendo susseguirsi di supplizi, trecento quattrocento anni illuminati dai roghi. Dal 1300, la sua medicina è giudicata malefica, i suoi rimedi puniti come veleni. L'innocente sortilegio che faceva credere ai lebbrosi di migliorare la propria sorte porta al massacro di questi infelici. Il papa Giovanni Ventiduesimo fa scorticare vivo un vescovo, sospetto di stregoneria. Sotto una repressione così cieca, osare poco e osare molto è in pari grado rischioso. L'audacia aumenta col pericolo. La strega può giocare tutto.

Fraternità umana, sfida al cielo cristiano, culto snaturato del dio natura: il senso della "Messa nera".L'altare era alzato al grande servo ribelle, "colui al quale hanno fatto torto", "il vecchio Proscritto, ingiustamente scacciato dal cielo, lo Spirito che ha creato la terra, il Maestro che ha fatto spuntare le piante". Sotto questi titoli l'onorano i "luciferiani", suoi adoratori e, (secondo un'opinione attendibile) i cavalieri del Tempio.
Nella miseria dell'epoca (questo il grande miracolo), trovavano per la cena notturna della fraternità quello che non avrebbero trovato di giorno. La strega, rischiando, faceva contribuire i più agiati, raccoglieva le loro offerte. La carità, sotto forma satanica, cioè delitto e congiura, una forma di rivolta, aveva grande potere. Ci si rubava il pasto di giorno per il pasto comune di sera.

Immaginate, su una grande landa, e spesso vicino a un vecchio dolmen celtico, ai bordi di una foresta, una scena duplice: da una parte, la landa ben illuminata, il grande banchetto del popolo; dall'altra, verso la foresta il coro di questa chiesa, cupola il cielo. Chiamo coro un poggio un po' più alto. Tra le due, fuochi di resina a fiamma gialla e rosse braci, un vapore fantastico.

Sul fondo, la strega alzava Satana, un grande Satana di legno, nero e peloso. Per le corna e il capro che aveva vicino poteva essere Bacco; ma per gli attributi virili era Pan e Priapo. Figura occulta che ognuno vedeva a modo suo; gli uni erano solo terrorizzati, gli altri si commuovevano alla malinconia orgogliosa che sembrava assorbire l'eterno Esule (3).
Atto primo. L"introito" magnifico che il cristianesimo prese all'antichità (a quelle cerimonie in cui il popolo, in lunga fila, girava sotto le colonne, entrava nel santuario), il vecchio Dio, ritornato, se lo riprendeva per sé. Lo stesso il "lavabo", tratto dalle purificazioni pagane. Reclamava tutto per diritto d'antichità.
Sua sacerdotessa è sempre la vecchia (titolo d'onore); ma può benissimo essere giovane. Lancre parla di una strega di diciassette anni, graziosa, spaventosamente crudele.
La fidanzata del Diavolo non può essere una bambina; ci vogliono trent'anni, la figura di Medea, la bellezza dei dolori, lo sguardo profondo, tragico e febbrile, con grandi ondate di serpenti che cadono in disordine; intendo dire un mare di neri e ribelli capelli. Forse, sopra, la corona di verbena, l'edera delle tombe, le violette della morte.Fa allontanare i bambini (fino alla cena). La funzione inizia."Entrerò in quest'altare. Ma, Signore, salvami dal perfido e dal violento (dal prete, dal signore)." Poi il ripudio di Gesù, l'omaggio al nuovo padrone, il bacio feudale, come nelle ammissioni al tempio, quando si concede tutto senza riserve, pudore, dignità, volontà; con questa oltraggiosa aggravante al ripudio dell'antico Dio: "che è meglio il didietro di Satana" (4).
A lui, consacrare la sua sacerdotessa. Il Dio di legno l'accoglie come un tempo Pan e Priapo. Fedele alla forma pagana, lei si dà a lui, siede un momento su di lui, come quella di "Delfi" al tripode d'Apollo. Ne riceve il soffio, l'anima, la vita, ne viene (per finta) fecondata. Poi, altrettanto solennemente, si purifica. Da allora, è l'altare vivente.

L'"Introito" è finito, la funzione interrotta per il banchetto.Rovesciando il festino dei nobili che siedono tutti con la spada al fianco, nel festino dei fratelli niente armi, nemmeno un coltello.Per custode della pace, ognuno ha una donna. Senza donna non si entra.Parente o no, moglie o no, vecchia, giovane, ci vuole una donna.Che bevande circolavano? idromele? birra? vino? Il sidro che inebria o quello di pere? (entrambi iniziano nel Dodicesimo secolo).Le pozioni d'illusione, mescolate pericolosamente a belladonna, comparivano già a questa tavola? Credo di no. C'erano i bambini. E poi, l'eccessiva eccitazione avrebbe impedito di ballare.Questa danza vorticosa, la famosa "ridda del sabba", era più che sufficiente per far arrivare all'apice questo primo livello di ebbrezza. Giravano spalla a spalla, le braccia dietro la schiena, senza vedersi; ma spesso le spalle si toccavano. A poco a poco nessuno si conosceva più bene, e neppure quella che aveva accanto. La vecchia allora non era più vecchia. Miracolo di Satana. Tornava donna, e piacente, caoticamente amata.

Atto secondo. Appena la folla, nell'unione di questa vertigine, si sentiva un corpo solo, sia per l'attrazione delle donne, sia per qualche vaga emozione di fraternità, si riprendeva la funzione al "Gloria". Compariva l'altare, l'ostia. Cioè? La Donna. Col suo corpo prostrato, umiliata nella persona, con l'immensa seta nera dei capelli, dispersi nella polvere, lei (l'orgogliosa Proserpina) si offriva. Sulle sue reni, un demonio celebrava, diceva il "Credo", faceva l'offerta (5).
Cosa che più tardi divenne sfacciata. Ma allora, in mezzo alle disgrazie del Quattordicesimo secolo, nell'epoca tremenda della peste nera e tante carestie, nel tempo della "Jacquerie" e degli odiosi brigantaggi delle Grandi Compagnie, per questo popolo in pericolo, l'effetto era più che serio. L'intera assemblea aveva molto da temere ad essere sorpresa. La strega rischiava veramente molto, in quest'atto d'audacia, dava la vita. Ancora di più, affrontava un inferno di dolori, torture che osiamo appena accennare. Trattata con le tenaglie, le causavano fratture, le strappavano le mammelle, la scorticavano lentamente (lo fecero al vescovo stregone di Cahors), bruciata a fuoco lento di brace, e membro a membro, poteva soffrire un'eternità d'agonia.
Tutti, certo, erano emozionati quando, sulla creatura generosa, umiliata che si offriva, si faceva la preghiera, e offerta per il raccolto. Si presentava del grano allo "Spirito della terra" che fa spuntare il grano. Qualche uccello volava fuori (dal seno della donna, non c'è dubbio) portando al "Dio della libertà", il sospiro e il voto dei servi. Cosa chiedevano? Che noi, loro lontani discendenti, venissimo affrancati (6).
Che ostia distribuiva? Non l'ostia per ridere, che vedremo all'epoca di Enrico IV, ma, probabilmente, quella "confarreatio" dei filtri, l'ostia d'amore, una focaccia cotta sopra di lei, sulla vittima che il giorno dopo poteva a sua volta finire sul fuoco. La sua vita, la sua morte, mangiavano. Vi sentiva già la sua carne bruciata. Infine, le mettevano addosso due offerte che parevano di carne, due simulacri; quello dell'ultimo morto del comune, quello dell'ultimo nato.Partecipavano del merito della donna, altare e ostia, e l'assemblea (per finta) comunicava dell'uno e dell'altro. Ostia trina, tutta umana. Sotto l'ombra incerta di Satana, il popolo non adorava che il popolo.
Il vero sacrificio era questo. Era compiuto. La Donna, ormai s'era data da mangiare alla folla, aveva finito. Si alzava, ma non lasciava il proprio posto prima di aver affermato fiera, e come fosse una constatazione, la legittimità del tutto, con l'appello al fulmine, una provocazione al Dio destituito, una sfida.
Per mettere in ridicolo l'"Agnus Dei" eccetera, e lo spezzare l'ostia dei cristiani, si faceva portare un rospo vestito e lo faceva a pezzi.Ruotava gli occhi spaventosamente, li girava verso il cielo e, tagliando la testa al rospo, diceva queste strane parole: "Ah, Filippo (7), se ti avessi, ti farei così".
Gesù non raccoglieva la sfida, non lanciava il fulmine, quindi era vinto. L'agile compagnia dei demoni sceglieva questo momento per stupire il popolo con piccoli miracoli che colpivano, spaventavano i creduloni. Addentavano, a morsi sbranavano i rospi, bestie innocue, ma ritenute molto velenose. Saltavano incolumi grandi fuochi, bracieri, per divertire la folla e farla ridere dei fuochi d'inferno.
Il popolo rideva dopo un atto così tragico, così audace? Non so. Non rideva, certo, la prima che l'osò. Questi fuochi le parvero sicuramente quelli del prossimo rogo. A lei provvedere al futuro del regno diabolico, dar vita alla futura strega.

NOTE:

1) La meno peggio è quella di LANCRE. E' un uomo di spirito.Legato, si sa, a certe giovani streghe, doveva sapere tutto. Purtroppo il suo sabba è un guazzabuglio stracolmo dei condimenti grotteschi dell'epoca. Le descrizioni del gesuita DEL RIO e del domenicano MICHAËLIS sono espressioni ridicole di due pedanti creduloni e babbei.Quella di Del Rio è piena zeppa di banalità, un'infinità di stupide invenzioni. Comunque in fondo, ci si trova anche qualche bella traccia d'antichità, ed io l'ho fatta fruttare.
2) Alla battaglia di Courtrai. Vedi anche GRIMM e le mie "Origines".
3) E' di Del Rio, ma non, credo, soltanto spagnolo. Tratto antico e marcato dell'ispirazione primitiva. Le facezie vengono dopo.
4) Gli attaccavano al fondoschiena una maschera o seconda faccia.LANCRE, "Inconstance", pagina 68.
5) Questo fatto così serio della donna altare, della messa su di lei, lo sappiamo dal processo della Voisin, che Ravaisson padre sta per pubblicare con i suoi altri "Papiers de la Bastille". Queste imitazioni recenti, d'accordo, del sabba, fatte per intrattenere i grandi signori della corte di Luigi Quattordicesimo, ripresero senza dubbio le forme antiche e classiche del sabba primitivo, anche su questo punto che i tempi di mezzo forse avevano lasciato perdere.
6) Questa offerta deliziosa del grano e degli uccelli è tipica della Francia (JAQUIER, "Flagellans", pagina 51; SOLDAN, pagina 225).In Lorena e sicuramente in Germania offrivano animali neri: il gatto nero, il capro nero, il toro nero.
7) LANCRE, pagina 136. Perché questo "Filippo", non lo so. Resta tanto più oscuro in quanto altrove, quando Satana nomina Gesù, lo chiama il piccolo "Jean", o "Janicot". "Filippo" potrebbe derivare dal nome odiato del re che ci diede cent'anni di guerre inglesi, che, a Crécy, diede inizio alle nostre disfatte e ci fece subire la prima invasione? Dopo una lunga pace, quasi totalmente continua, la guerra fu tanto più orrenda per il popolo. Filippo di Valois, autore di questa guerra senza fine, fu maledetto, e forse lasciò in questo rituale popolare una maledizione senza fine.

(Jules MICHELET, La strega, cap. XI,
1862)

Fonte testo: readme

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sabato, 04 aprile 2009
Al di là della realtà...
sakkaku forgets the wrong at 13:59 «
"Al di là del mondo nel quale viviamo, in uno sfondo remoto, esiste ancora un altro mondo, che rispetto al primo sta nell'identico rapporto in cui la scena che talvolta vediamo a teatro si trova rispetto alla scena reale. Attraverso un velo sottile, ci pare di vedere un altro mondo di veli, più tenue e più etereo, d'una intensità diversa da quella del mondo reale. Molti uomini che compaiono corporeamente nel mondo reale non in questo hanno la loro dimora ma nell'altro. Eppure, allorché un uomo se ne allontana, allorché quasi svanisce dal mondo della realtà, ciò dipenderà da uno stato di malattia o di salute. Tale fu il caso di quell'uomo che, pur senza conoscerlo, una volta io conobbi. Non apparteneva al mondo reale, eppure molti erano i suoi legami con esso. Continuamente vi penetrava addentro, e sempre, quanto più vi si abbandonava, tanto più ne era fuori. E non era il Bene a tenervelo lontano, e neppure propriamente il Male; sotto ogni rispetto, contro di lui non potrei affermare tanto. Soffriva di una exacerbatio cerebri, per cui la realtà non riusciva a servirgli d'incitamento se non sporadicamente e a tratti. Non si sottraeva alla realtà. non era, infatti, troppo debole per sopportarla, anzi era troppo forte. Ma questa sua forza in fondo non era che malattia. Non appena la realtà aveva perduta ogni forza d’incitamento, egli si trovava disarmato: donde il suo male. Ed egli ne era consapevole nell’attimo stesso dell’incitamento, e appunto in questa consapevolezza consisteva il male. "


( Kierkegaard, Diario del seduttore )

Questo post è dedicato a KingOfPumpkins



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giovedì, 01 gennaio 2009
MMIX
sakkaku forgets the wrong at 17:02 «
Vorrei augurarvi un felice anno nuovo, ma in questo momento mi sento come se fossi stata appena investita da un camion. Al risveglio dal mio breve e tormentato sogno ho persino dubitato che la "verità effettuale della cosa " fosse "immaginazione di epsa" e che tutto ciò che è successo a Capodanno fosse tutto un frutto della mia fantasia malata... Tutto eccetto la frase salvifica e più rifulgente della luce diffusa fiamminga emanata -occasionalmente- da un certo tipo di esseri umani : <<Gira in senso antiorario...>> (...)
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lunedì, 22 dicembre 2008
L' étoile a pleuré rose
sakkaku forgets the wrong at 23:12 «
L'étoile a pleuré rose au coeur de tes oreilles,
L'infini roulé blanc de ta nuque à tes reins;
La mer a perlé rousse à tes mammes vermeilles
Et l'Homme saigné noir à ton flanc souverain.

Arthur Rimbaud, Poésies



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sabato, 08 novembre 2008
"Amor nil posset amori denegari"
sakkaku forgets the wrong at 12:22 «
(<<Amore non può negare alcuna cosa ad amante>>)
Quando mi fa comodo anch'io mi appello alle dottrine d'amore cortese di Andrea Cappellano...

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e'l modo ancor m'offende.
Amor ch'a nullo amato amar perdona* [...]"
(Dante, Commedia, Inferno, V, 100-103)

*Amore non tollera che chi è amato non riami.

Mi auguro che mi passino in fretta  'ste follie medioevali...
letteratura, follie, io «
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Anelito di libertà.
sakkaku forgets the wrong at 12:09 «
Virgilio a Catone Uticense:
"Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta."
(Dante, Commedia, Purgatorio, I, 70-72)

Dio ad Adamo:
"Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. La natura racchiude altra specie in leggi da me stabilite. Ma tu che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio al quale ti affidai, tu ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine."
(Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

"Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto. Non già perché sono libero, il mio atto sfugge alla determinazione dei motivi, ma, al contrario, il carattere inefficiente dei motivi è condizione della mia libertà. E se si domanda qual'è questo niente che fonda la libertà, risponderemo che non si può dscriverlo perché non è, ma si può almeno indicarne il senso, in quanto questo niente è stato per l'essere umano nei suoi rapporti con se stesso. Corrisponde alla necessità per il motivo di non apparire come motivo altro che come correlazione di una coscienza "di" motivo. In una parola, poiché rimunciamo all'ipotesi dei contenuti di coscienza, dobbiamo riconoscere che non vi sono motivi "nella" coscienza ma solo "per" la coscienza. E per il fatto stesso che il motivo non può sorgere come apparizione, si costituisce da sé come inefficace."
(Sartre, L'essere e il nulla)
letteratura, filosofia, esistenzialismo, io , condizione di oggi, condizione di sempre «
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lunedì, 27 ottobre 2008
Riforma Gelmini.
sakkaku forgets the wrong at 19:18 «
"Duplice sia il tuo studio:  volto, in primo luogo, a conseguire nelle lettere non codesta conoscenza comune e volgare, ma un sapere diligente ed intimo, nel quale voglio che tu eccella; in secondo luogo, ad ottenere la scienza di quelle cose che riguardano la vita ed i costumi; studi questi, che si chiamano di umanità, perché perfezionano ed adornano l'uomo ".

"Studium vero tibi sit duplex: alterum, in litterarum peritia non vulgari ista et communi, sed diligentiori quadam atque recondita, in qua praecellere te magnopere volo; alterum, in cognitione earum rerum, quae pertinent ad vitam et mores, quae propterea humanitatis studia nuncupantur, quod hominem perficiant atque exornent".

(Leonardo Bruni, Epistuale familiares, dal l. VI, tr. it. E. Garin)

Si prospetta una progressiva perdita di umanità...
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sabato, 04 ottobre 2008
Letture autunnali.
sakkaku forgets the wrong at 14:09 «
(Così inauguro anche un nuovo tag...)

Attualmente ho una mezza idea di portare avanti i Buddenbrook di Thomas Mann, contemporaneamente di leggere le poesie di Dylan Thomas, di acquistare le Confessioni di sant' Agostino e, perché no?, conoscere in maniera più approfondita Emily Dickinson... In teoria nel mio "menù" letterario sarebbero previsti anche La filosofia moderna -i grandi problemi del pensiero moderno da Cartesio a Hegel di Severino, La città sotto assedio di Bauman, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Sacks, La gaia scienza, L'anticristo- maledizione del cristianesimo di Nietzsche, ma visto che devo anche leggere L'opera in nero della Yourcenar e I Persiani di Eschilo, credo che rimanderò le mie velleità ad un periodo scolasticamente più tranquillo (se ci sarà...).
libri, letteratura «
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domenica, 24 agosto 2008
Desideri improvvisi.
sakkaku forgets the wrong at 13:39 «

Devo assolutamente procurarmi qualcosa di Jean Moréas e Gustave Kahn.

letteratura, simbolismo «
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