This is the cauldron of my lucubrations... *loading* visite.
Me
Sakkaku nasce nell' emisfero australe in un giorno dispari (e primo),in un mese dispari (e primo), in un anno palindromo (dispari e primo, logicamente). Animo precocemente precoce, ha sempre avuto un'attrazione per tutto ciò che concerne la sfera dell'irrazionale, dell'ignoto; in particolare attorno ai 13 anni i suoi interessi iniziarono a definirsi ulteriormente come reazione di fronte all'ipocrisia e alla volgarità del mondo:e allora eccola abbracciare il Decadentismo, una volta letti il Ritratto di Dorian Gray di Wilde e i Fiori del male di Baudelaire.Contemporaneamente si addentrava più approfonditamente nel campo della psicanalisi, si cimentava nello studio dell'antropologia (con riguardo specifico per la stregoneria nell'Europa occidentale), conosceva e si appassionava al gothic metal,e,sostanzialmente,coltivava il lato "oscuro" del suo animo. A partire da quel momento i suoi gusti divennero sempre più selettivi, pur rimanendo pressochè gli stessi,così come le sue numerose velleità(...)
When my time comes
Forget the wrong that I've done
Help me leave behind some
Reasons to be missed
And don't resent me
And when you're feeling empty
Keep me in your memory
Leave out all the rest
Leave out all the rest Leave out all the rest - Linkin Park
PUOI
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A quanto pare ultimamente, per non so quale inspiegabile ragione, vanno di moda i biondi: tutto questo sommovimento ormonale-estetico accompagnato da una certa entropia (posso usare questo termine a sproposito?) poetica, mi ha spinta a "rovistare" tra le mie vecchie poesie ed ho ritrovato questa, una delle poche che ho scritto per puro ludus e che avevo destinato alla pubblicazione su questo blog. Per poterla comprendere è necessario fare riferimento ad un post risalente al giorno stesso della sua composizione, in cui esplicavo il senso del callitropismo (il neologismo è anch'esso mia invenzione). Spero che questa poesucola vi piaccia o, per lo meno, non vi dispiaccia o, per lo meno, vi faccia sorridere come ho sorriso io mentre mi scervellavo in queste quartine e terzine di endecasillabi (ebbene sì: trattasi di un sonetto).
Avvertenze:prima o poi potrei inserire questo componimento da qualche altra parte. Anche se non lo facessi vi ricordo che sono l'unica depositaria dei diritti su questo scritto e che esso, come tutto ciò che è presente su questo blog è protetto dacopyright. Cioè, se mi plagiate o pubblicate questo sonetto o parte di esso sotto forma cartacea o elettronica o parietale o vascolare (o quello che volete) senza citarmi, vi spezzo le ossa. Non perché abbia dato alla luce un capolavoro (ci manca!), ma perché la violazione di copyright è una di quelle cose che mi mandano in bestia, come quando mi telefonano mentre sto guardando il mio telefilm preferito o mi si spezza la punta della matita nel temperamatite. E visto che sono una persona dal temperamento irascibile (e notate la figura retorica!!! Poliptoto o alliterazione?), non vi conviene: vi perseguiterei come un'Erinne.
Nel ceruleo ciel Febo si mostra
fulgido e i caldi eliotropi il capo
girano gai a far quasi una giostra
d'oro, a guisa d' inchino ad un satrapo.
Così vorrei essere quando vedo
un candido biancospino al disgelo,
farfalle veline - mai nulla fedo! -,
tremuli fiori rosati del melo,
mistiche lune gravide d'argento,
pulviscolo di stelle in entropia,
biondi efebici che corrono al vento;
sì, la bellezza che scoppia in gran copia!
Torcere il collo a ciò che bello sento
e definirmi dunque "callitropia".
EDIT del 4 gennaio 2009: Shunsui, giustamente, mi ha fatto notare che ci sono dei versi non endecasillabi, nonostante questo componimento abbia la pretesa di essere un sonetto. I versi in questione sono stati corretti, stavolta però non rispettando propriamente l'italiano, per non alterarne il significato. Originariamente erano: al v. 7 "farfalle veline - mai nulla di fedo! -,"; al v. 11 "biondi efebi che corrono al vento;"; al v. 13 "Torcere il collo a ciò che di bello sento"'. Di meglio non ho saputo fare: ulteriori consigli sono ben accetti . ^ ^
Questo racconto è un’opera di fantasia. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone vive o scomparse, è assolutamente casuale.
C’era una volta una fauvista che soffriva di favismo. Egli era nativo dell’isola di Pantelleria dove è frequente il fenomeno delle favare. Amava osservarle e nel frattempo dare sfogo ai suoi favoleggiamenti. Ripetendosi sempre che <<sanno favoleggiare i mortali>>(Pavese), sognava di piantarla lì con quella sua pittura “da bestie”(nonostante fosse proprio della sua natura istintiva dare espressione ad istinti primitivi, come rotolarsi per terra, fare girotondi pericolosi ed altri atteggiamenti pre-sociali e da noble sauvage) e di mettersi a scrivere o raccontare favole. Infatti non pareva avere altre doti e talenti particolari. Peccato però che non fosse nemmeno un gran favolatore: non fu mai ferrato nel genere della favolistica né tanto meno riuscì mai a portare a termine un favolello. Un giorno ebbe la grande idea di comprarsi un cavallo, perché i cavalli sono “ecologici”, in quanto non inquinano l’ambiente, e rappresentano un’ottima alternativa alle diavolerie della società moderna. Ben presto però si trovò di fronte al problema dell’alimentazione del suo destriero, dal momento che, da bravo bohèmien, era sempre senza soldi: quindi, dovendo dare da mangiare al suo cavallo la favarella, pensò bene di entrare in un favaio che non era di sua proprietà per raccogliere – o sarebbe meglio dire rubare- fave, non essendo però a conoscenza della sua grave sindrome. Subito, infatti, entrato a contatto con il loro polline, iniziò a presentare i sintomi tipici di questa crisi emolitica, quali la debolezza, l’impallidimento, la nausea…Credendosi spacciato, disse: <<La mia favola breve è già compiuta>>(Petrarca), ripensando alla sua puerile e, ahimè, troppo corta giovinezza. Poi però sentì un certo favellio lì nei paraggi: erano i proprietari del campicello. Chiese loro aiuto, sperando d’incontrare il loro favore, nonostante questo suo gesto avrebbe denunciato il suo misfatto. Non essendo un gran favellatore, perché nulla conobbe delle magniloquenti opere retoriche di Cicerone, non riuscì a dare una spiegazione convincente che potesse trarlo dall’impaccio, ma anzi, fece irritare i contadini che, di fronte all’evidenza della situazione, trassero fuori la zappa per grattargli la tigna (che favosa non era), se non per ammazzarlo. Egli, disperato, stava già perdendo definitivamente la favella, quand’ ecco che ebbe fortuitamente la reminescenza scolastica di alcuni versetti medievali che cominciò a recitare: <<Dies irae, dies illa,/solvet saeclum in favilla/ testet David cum Sibilla>>. Questo servì per un attimo a distrarre il capo famiglia che, non notando nemmeno un’esigua traccia di favoriti, e affascinato dal suo aspetto efebico e leggiadro da delicata fanciulla, gli propose un accordo: avrebbe finto di essere una fanciulla ed egli lo avrebbe venduto come “favorita” ad un nobile spregiudicato, già esiliato dalle sue terre e con precedenti penali per favoreggiamento. Egli, che ci teneva alla sua pallida pelle da malaticcio, accettò: d’altronde avrebbe potuto fuggire ed è sempre meglio che evitare la forca per furto. Tutto andò come previsto ed il nostro eroe, attraverso altre mille peripezie, riuscì a liberarsi dalle grinfie dell’aristocratico corrotto, il quale, seriamente convinto dell’ effettiva femminilità del ragazzo, non solo gli riservava trattamenti speciali come non aveva mai fatto con nessuna delle altre sue concubine, ma pretendeva di elevarlo a grado di moglie sposandolo. Molti anni dopo, abbandonato il poco redditizio mestiere del pittore e quello ancor più improbabile del cantastorie o scrittore, il poverello, provata anche la terribile esperienza dell’apicoltura con la quale sperava di ottenere del buon miele di favo, decise di fare il pescatore. Prese la via del mare ed andò a vivere in Patagonia dove incontrò la morte a seguito di uno scontro tra la sua barca e quella di una decadente in una delle sue rimbaldiane fughe dall’Europa. E così <<fabula acta est>>.
Vi è mai capitato di trovarvi davanti ad una pagina bianca, in procinto di pubblicare qualcosa sul vostro blog, e di provare improvvisamente una sorta di imbarazzo esistenziale-viscerale-cronico di fronte al vasto oceano di internet, per cui tutte le meravigliose frasi che il vostro ingegno ha prodotto, tutte le vostre brillanti idee che vorreste tanto trasportare da uno stadio noumenico ad uno più, diciamo, fenomenico, si sono inspiegabilmente congelate e sedimentate nei freddi abissi del vostro essere, offuscate dall'oblio della mente e pressochè irraggiungibili?
Il sole oggi è tremendo. E’ da nove giorni che non scrivo sul blog…Devo cercare di rimediare xP…Questi nove giorni sono stati forse tra i più pieni delle ultime settimane: mai mi sembra di aver fatto, visto tante cose dall’inizio dell’estate.
…
Sento il brusio di sottofondo delle macchine, brusio soave, monotono e costante come il fragore delle onde…Ogni tanto vi s’intercala uno strato di suoni più forti, quali le voci dei bambini che si disperdono in lontananza. Al di sopra di questa patina di suoni, con intermittenza emerge il rumore particolarmente interessante del becco della mia cocorita che si mangiucchia i semini…Adesso inizia ad emettere una serie di cinguettii squillanti, da timbro cristallino, come quello di un campanellino, si mette a borbottare tra sé e sé discorsi incomprensibili, a fare degli squittii che però sono un piacere per le orecchie…Ecco, ora l’aria si sta frammischiando coi suoi discontinui gorgheggi…Non c’è vento. O, almeno, io non lo sento. Il ronzio di sottofondo è sempre continuo, dolce, cullante come l’ondeggiare del mare. Le mie palpebre sembrano voler chiudersi da un momento all’altro…
Nella mia testa ho la sensazione che si sia intessuta una fitta tela di noia e insofferenza… E’ come avere un bozzolo di pensieri densi, pesanti, stagnanti, indurito dalla resina dell’indifferenza.
Non è il mio corpo a sentire il calore: il caldo mi sembra di averlo dentro la testa, in quell’involucro che ozia nei recessi della mia mente. E’ un caldo afoso, che mi annebbia il cervello.
…
Nella mia testa l’irritazione va fermentando come il mosto dentro la botte.
…
Oh, che fastidio!
In questo momento le parole dette da altri mi risultano intollerabili e taglienti e allo stesso modo mi è molesto il silenzio…
Che fastidio, che caldo, che caldo, che fastidio!
{e con questo chiasmo chiudo questo squarcio di una giornata guasta e soffocante-18:03}